Dismorfismo corporeo: quando il corpo racconta ferite emotive profonde - Dottoressa Maria Grazia Raffa
Le persone che sviluppano un disturbo da dismorfismo corporeo presentano spesso, nella loro storia di vita, esperienze precoci di sofferenza emotiva. Nella loro infanzia o adolescenza possono essere presenti vissuti di trascuratezza emotiva o fisica da parte delle figure genitoriali, abusi sessuali, prese in giro ripetute da parte dei coetanei, episodi di bullismo o esclusione sociale.
In altri casi, il disturbo può essere innescato da eventi traumatici che coinvolgono direttamente il corpo: aborti ripetuti, lutti perinatali, diagnosi oncologiche, anni di chemioterapia o interventi medici invasivi. Esperienze che lasciano segni profondi e che possono generare pensieri persistenti di difettosità corporea.
Queste persone sviluppano progressivamente uno sguardo estremamente critico, severo e preoccupato nei confronti del proprio corpo o di parti specifiche di esso. La percezione di sé diventa profondamente negativa e viene spesso accompagnata da pensieri ricorrenti come:
“Non mi piaccio”,
“C’è qualcosa che non va in me”.
Il pensiero si focalizza in modo ossessivo sull’aspetto fisico, su dettagli minimi o addirittura invisibili agli altri. Non a caso, il disturbo da dismorfismo corporeo rientra nello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi e dei disturbi d’ansia.
Nel funzionamento interno della persona si struttura una parte del Sé fortemente svalutante, giudicante e punitiva. Il dialogo interno diventa aggressivo, rigido, incapace di accogliere la vulnerabilità. La dismorfofobia è oggi riconosciuta come una patologia in grado di compromettere gravemente la vita sociale, relazionale e lavorativa.
Possono comparire comportamenti ripetitivi come il controllo costante allo specchio, il confronto ossessivo con gli altri o il ricorso eccessivo alla chirurgia estetica. Il rapporto con il proprio corpo perde progressivamente obiettività.
Le ossessioni si manifestano sotto forma di pensieri, immagini o impulsi intrusivi, involontari e fortemente angoscianti. Le compulsioni sono invece azioni o rituali mentali messi in atto per tentare di ridurre l’ansia generata dalle ossessioni. In sintesi: le ossessioni sono pensieri, le compulsioni sono comportamenti.
Il sollievo che ne deriva è solo temporaneo e alimenta un circolo vizioso di ripetizione.
Il vissuto emotivo profondo di queste persone è spesso espresso da frasi come:
“Io sono debole, fragile, difettosa”.
Lo sguardo esterno non riesce mai a rassicurare davvero. L’approvazione degli altri non basta, perché alla base vi è una convinzione dolorosa: mostrarsi per ciò che si è comporta il rischio di non essere accettati.
“Io non vado bene così come sono”.
Nel tentativo di controllare questa angoscia profonda, la persona cerca di controllare il mondo esterno, inseguendo una perfezione irraggiungibile. Il corpo diventa il luogo privilegiato su cui si concentra il sintomo.
In un contesto culturale e sociale in cui l’immagine perfetta, l’oggetto di moda, la posa giusta e i “cuoricini” sui social vengono vissuti come conferme del valore personale, l’identità finisce per dipendere sempre più dallo sguardo dell’altro.
Alla base del dismorfismo corporeo troviamo spesso un intreccio di fattori quali:
– un’identità ancora in costruzione
– il confronto sociale costante
– la dipendenza dall’approvazione esterna
– la vergogna corporea
– una percezione distorta del Sé e della propria immagine
Per promuovere una sana salute mentale e una buona autostima è fondamentale lavorare in ottica preventiva, soprattutto con bambini e adolescenti, sia a scuola che in famiglia. È necessario sviluppare progetti di prevenzione che includano:
– educazione all’affettività
– educazione alimentare
– sviluppo del pensiero critico rispetto ai social media
– distinzione tra identità reale e identità digitale
– riconoscimento precoce dei segnali di disagio a cui dare attenzione
Solo intervenendo precocemente possiamo favorire una crescita più sana del Sé e ridurre il rischio che il corpo diventi l’unico luogo in cui il dolore trova voce.
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