Oltre La Dismorfofobia - La Bellezza Abbatte Gli Stereotipi
  • Home
  • Il Progetto
  • Gli Eventi
    • 13 giugno 2026
    • 21 febbraio 2026
  • Oltre HUB
  • Chi Siamo
    • Staff e Contatti
    • Esperti
    • Artisti
    • Partner
    • Partecipa

IL PROGETTO

IL PROGETTO

MANIFESTO

IL MANIFESTO

EVENTI

GLI EVENTI

OLTRE HUB

OLTRE HUB

ESPERTI

ESPERTI

ARTISTI

ARTISTI

PARTNER

PARTNER

PARTECIPA

PARTECIPA

Modena Moda School dismorfofobia

 






Oltre la dismorfofobia: moda, corpo e identità

Quando la bellezza abbatte gli stereotipi attraverso il design consapevole

Nel progetto “Oltre la dismorfofobia – La bellezza abbatte gli stereotipi”, affrontiamo un tema centrale e delicato: il rapporto complesso tra immagine, corpo e moda.

Siamo Domenico e Tiziano, fashion designer e docenti di Momo School, scuola di formazione professionale per la moda a Modena.
Da anni lavoriamo nella progettazione e nella formazione e sentiamo il bisogno urgente di portare una riflessione profonda su come la moda influenzi la percezione del corpo e dell’identità.

Abbiamo scelto di partecipare a questo progetto perché riconosciamo un problema strutturale nel sistema moda: troppo spesso vengono costruite e diffuse immagini del corpo irrealistiche, che finiscono per incidere profondamente sul modo in cui le persone si percepiscono.

Dismorfofobia e moda: il confronto con un ideale irraggiungibile

Nel mondo della moda, la dismorfofobia emerge quando il corpo reale viene costantemente messo a confronto con un ideale estetico irraggiungibile:
  • silhouette estreme
  • proporzioni alterate
  • immagini filtrate e standardizzate che diventano parametri di valore
Questo meccanismo porta molte persone a percepire il proprio corpo come “sbagliato”, non conforme, da correggere o nascondere, invece che da comprendere e valorizzare.

Viviamo immersi in una forte pressione socio-culturale.
Gli ideali di bellezza promossi dalla moda, dalla pubblicità e dai social media spingono continuamente al confronto.
Immaginari spesso irreali che possono generare insicurezze profonde e una percezione distorta del proprio corpo.

Social media e amplificazione degli stereotipi estetici

I social media amplificano questi modelli, proponendo corpi e volti costruiti, filtrati e lontani dalla realtà.
Il confronto diventa continuo e invasivo, con conseguenze importanti sulla percezione di sé e sull’autostima.

Come professionisti della moda, sentiamo la responsabilità di fermarci e riflettere.
La moda ha contribuito a creare certi immaginari, ma oggi può e deve fare qualcosa di diverso:
diventare uno strumento di consapevolezza e benessere.

Quando la moda esclude invece di rappresentare

Per molti anni la moda ha proposto un’immagine del corpo unica e standardizzata, distante dalla realtà quotidiana delle persone.
Spesso questi immaginari non nascono con cattive intenzioni, ma finiscono comunque per influenzare profondamente il modo in cui ci guardiamo allo specchio.

Quando vediamo rappresentato sempre e solo un certo tipo di corpo, iniziamo inconsciamente a pensare che quello sia l’unico modello possibile.
È qui che la moda diventa pericolosa: quando non rappresenta, ma esclude.

Esistono però esempi virtuosi nel panorama della moda che hanno scelto un’altra strada:
normalizzare la figura umana, accompagnarla invece di costringerla, valorizzarla attraverso linee fluide, proporzioni equilibrate e una bellezza che nasce dall’identità personale.

La moda come strumento di rispetto e autenticità

Questi esempi dimostrano che la moda può scegliere di non falsificare il corpo, ma di rispettarlo, raccontarlo e renderlo forte nella sua autenticità.

La direzione deve cambiare:
non più idealizzare corpi irrealistici, ma raccontare la bellezza reale e imperfetta.

La moda ha un enorme potere simbolico:
può continuare a rafforzare standard irraggiungibili oppure aiutare le persone a esprimere la propria identità autentica.

In questo contesto, la moda non può più essere neutra.
Se da un lato social e immagini costruite amplificano gli ideali estetici, dall’altro design, vestibilità e scelte estetiche possono diventare strumenti concreti per riportare il corpo a una dimensione reale, vissuta e identitaria.

Vestirsi come atto di benessere e identità

Vestirsi non è solo una questione di stile.
Colore, vestibilità, tessuto, ma soprattutto il messaggio dei brand influenzano profondamente come vogliamo sentirci nel nostro corpo.

Indossare qualcosa che ci rappresenta ci fa sentire più sicuri, più autentici.
La moda può aiutarci a scoprire punti di forza nel nostro corpo, spostando l’attenzione dalle “imperfezioni” a ciò che ci rende unici.

Non esistono regole rigide:
ogni corpo è diverso e la moda deve valorizzarlo, non uniformarlo.

Moda ed empowerment: sentirsi belli nella propria pelle

In questo senso, la moda diventa uno strumento di empowerment.
Può aiutarci a sentirci belli e potenti nella nostra unicità, rafforzando autostima e fiducia in noi stessi.

Tutti meritiamo di sentirci a nostro agio nella nostra pelle.

Esplorate la moda come strumento di benessere, non come misura di perfezione.
Siate gentili con voi stessi, accettate le vostre unicità e celebrate ciò che vi rende speciali.

Ogni corpo merita di essere amato, rispettato e valorizzato.

Modena Moda School

Tiziano Riccini e Domenico Di Rosa sono Designer e Founder di Momo School, scuola professionale in campo moda a Modena.
Crediamo nelle nuove generazioni e nell’approccio costruttivo per creare un dialogo creativo e progetti inediti.

Contatti

Sito Web: www.modenamodaschool.it

Telefono: 351 83 33 500

Email: modenamodaschool@gmail.com

Instagram: @modenamodaschool

michela zitoli make up artist academy modena dismorfofobia

 





Cos’è davvero la dismorfofobia

La dismorfofobia è spesso l’ultimo stadio di una sofferenza interiore profonda.
Una condizione che nasce quando il rapporto con la propria immagine diventa conflittuale, doloroso, totalizzante.

Di fronte a questo disagio ci sentiamo impotenti.
Ma la verità è che non lo siamo.

Conosco bene quella sensazione: guardare il proprio corpo e sentire che non collabora con ciò che vorremmo essere, fare o diventare.
Vivere in una vita che spesso prende direzioni non richieste, lasciandoci con un senso di blocco, di buio, di sepoltura emotiva.

La dismorfofobia ti immobilizza.
Ti fa sentire come se fossi sottoterra, con braccia e gambe bloccate, mentre tutto intorno diventa nero.

E quello sguardo…
Chi lo conosce lo riconosce subito.
Lo vede chi ha scelto di guardare davvero.

Lo sguardo che vedo ogni giorno

Un giorno ho guardato gli occhi delle mie figlie.
Uno sguardo che ogni genitore porta nel cuore.

E mi sono chiesta:
e se un domani la luce del mondo fosse troppo forte anche per loro?
se arrivassero a pensare di non essere abbastanza?

Quello stesso sguardo lo vedo negli occhi delle mie clienti.
Lo vedo negli occhi dei miei allievi.
E prima ancora di insegnare tecnica, cerco di ascoltare i loro sogni.

Make up non è artificio: è relazione

Non mi riconosco in una professione che usa solo modelle professioniste per dimostrare virtuosismi tecnici scollegati dalla realtà.

Perché non è così che funziona.

L’arte del make up non nasce dai pennelli.
Pennelli e prodotti arrivano alla fine.

Prima ci sono:

empatia
ascolto
comprensione profonda della persona che hai davanti

Il risultato finale non è artificio.
È comunicazione.

Truccare significa trasportare l’anima di una persona sul suo volto.
Costruire un’immagine sartoriale, autentica, coerente con ciò che quella persona è e con ciò che desidera comunicare.

👉 Arte non è perfezione. Arte è comunicazione.

Ogni volto è una storia

Ogni persona che trucco porta sul viso:

la sua storia
la sua personalità
le sue paure
ciò che vuole proteggere
una scintilla che desidera brillare

E oggi quella scintilla è continuamente messa a confronto con i social.

Viviamo immersi in proiezioni aspirazionali, bombardati da bias cognitivi che alterano la percezione della realtà.
Le influencer più seguite sono spesso create dall’intelligenza artificiale.

Questo significa una cosa chiarissima:
oggi non basta nemmeno essere nati belli secondo i canoni.

Questo sistema va smantellato. Subito.

Social, stereotipi e disconnessione emotiva

Serve consapevolezza.
Serve educazione all’immagine.

Perché ciò che accade online non è sempre reale.
La netiquette basata sull’ostentazione e su una post-produzione estrema genera l’illusione che online sia meglio della vita vera.

Da professionista.
Da insegnante.
Da mamma.
Da zia.
Da amica.

Io non ci sto.

La bellezza non è perfezione

La bellezza non è inseguire un ideale irraggiungibile.
La bellezza è emozione.
La bellezza è comunicazione.

Sento la responsabilità tecnica e umana di insegnare ai miei allievi che la vera competenza di un professionista dell’immagine è il character designing:
costruire, insieme alla cliente, un legame reale che materializzi sul volto chi quella persona è davvero.

Cosa significa “normale”?

Immaginate questa scena.

Sono nel mio studio.
Sto truccando una ragazza in chemioterapia, a cui la vita ha tolto i capelli e le sopracciglia.
Sto truccando una ragazza con un’acne importante.

Alla fine mi guarda e mi dice, con la voce spezzata:
“Non mi sono mai vista normale.”

Ecco il punto.

👉 Dobbiamo riscrivere il significato di normale.

Le rughe sono normali.
Le cicatrici sono normali.
Gli ormoni sono normali.
Le emozioni che la vita scolpisce sul nostro volto sono normali.

Essere unici al mondo, con:

una morfologia unica
un’armonia cromatica unica
una storia irripetibile

non ti rende sbagliato.
Ti rende straordinario.

Dalla sepoltura alla fioritura

Quando questa consapevolezza si accende succede qualcosa.

Si passa:

dalla sensazione di sepoltura
alla germinazione
fino alla fioritura

L’immagine diventa un gioco di personalità.
Abiti, make up e creatività diventano mezzi per raccontare chi sei, non maschere per nasconderti.

Il disagio che senti dentro non ti rende solo.
Esistono strumenti per stare meglio.
Esiste un modo sano di costruire la propria immagine.

Essere profondamente orgogliosi di chi si è
è il primo passo per abbattere gli stereotipi
e costruire davvero chi si desidera diventare.

Michela Zitoli Make Up Artist Studio & Academy

Una realtà indipendente nata dal sogno di offrire formazione autentica, consulenze su misura e una selezione dei migliori brand professionali.

Fondata da Michela Zitoli, make-up artist, formatrice e consulente con oltre 17 anni di esperienza, lo studio è oggi un punto di riferimento per chi cerca tecnica, creatività e approccio umano nel mondo beauty.

La filosofia dello studio promuove una bellezza autentica, inclusiva e consapevole, con un approccio no filter che valorizza ogni volto nella sua unicità.

Siamo l’unica realtà in Italia a specializzare i corsisti nel trattamento di pelli problematiche ed esigenti – acne, rosacea, discromie e sensibilità cutanea – offrendo soluzioni professionali, sicure ed efficaci.

Michela Zitoli ha collaborato con Armani, Yves Saint Laurent, RAI, Mediaset e ha lavorato come articolista beauty per diversi magazine e come tecnico di prodotto per aziende di make-up professionale.

Ogni consulenza e corso è pensato su misura: il cliente e lo studente sono seguiti individualmente, per risultati altamente personalizzati e rispettosi delle esigenze reali.

Contatti

Sito web: www.mzmakeupstudio.com
Telefono: 328 95 63 895
Sede: Via Padova 75-77 angolo via Aquileia 1-3 • Modena
Si riceve solo su appuntamento.

Instagram: @michelazitolimakeupartistacademy


Le persone che sviluppano un disturbo da dismorfismo corporeo presentano spesso, nella loro storia di vita, esperienze precoci di sofferenza emotiva. Nella loro infanzia o adolescenza possono essere presenti vissuti di trascuratezza emotiva o fisica da parte delle figure genitoriali, abusi sessuali, prese in giro ripetute da parte dei coetanei, episodi di bullismo o esclusione sociale.

In altri casi, il disturbo può essere innescato da eventi traumatici che coinvolgono direttamente il corpo: aborti ripetuti, lutti perinatali, diagnosi oncologiche, anni di chemioterapia o interventi medici invasivi. Esperienze che lasciano segni profondi e che possono generare pensieri persistenti di difettosità corporea.




Queste persone sviluppano progressivamente uno sguardo estremamente critico, severo e preoccupato nei confronti del proprio corpo o di parti specifiche di esso. La percezione di sé diventa profondamente negativa e viene spesso accompagnata da pensieri ricorrenti come:
“Non mi piaccio”,
“C’è qualcosa che non va in me”.

Il pensiero si focalizza in modo ossessivo sull’aspetto fisico, su dettagli minimi o addirittura invisibili agli altri. Non a caso, il disturbo da dismorfismo corporeo rientra nello spettro dei disturbi ossessivo-compulsivi e dei disturbi d’ansia.

Nel funzionamento interno della persona si struttura una parte del Sé fortemente svalutante, giudicante e punitiva. Il dialogo interno diventa aggressivo, rigido, incapace di accogliere la vulnerabilità. La dismorfofobia è oggi riconosciuta come una patologia in grado di compromettere gravemente la vita sociale, relazionale e lavorativa.

Possono comparire comportamenti ripetitivi come il controllo costante allo specchio, il confronto ossessivo con gli altri o il ricorso eccessivo alla chirurgia estetica. Il rapporto con il proprio corpo perde progressivamente obiettività.

Le ossessioni si manifestano sotto forma di pensieri, immagini o impulsi intrusivi, involontari e fortemente angoscianti. Le compulsioni sono invece azioni o rituali mentali messi in atto per tentare di ridurre l’ansia generata dalle ossessioni. In sintesi: le ossessioni sono pensieri, le compulsioni sono comportamenti.
Il sollievo che ne deriva è solo temporaneo e alimenta un circolo vizioso di ripetizione.

Il vissuto emotivo profondo di queste persone è spesso espresso da frasi come:
“Io sono debole, fragile, difettosa”.
Lo sguardo esterno non riesce mai a rassicurare davvero. L’approvazione degli altri non basta, perché alla base vi è una convinzione dolorosa: mostrarsi per ciò che si è comporta il rischio di non essere accettati.
“Io non vado bene così come sono”.

Nel tentativo di controllare questa angoscia profonda, la persona cerca di controllare il mondo esterno, inseguendo una perfezione irraggiungibile. Il corpo diventa il luogo privilegiato su cui si concentra il sintomo.

In un contesto culturale e sociale in cui l’immagine perfetta, l’oggetto di moda, la posa giusta e i “cuoricini” sui social vengono vissuti come conferme del valore personale, l’identità finisce per dipendere sempre più dallo sguardo dell’altro.

Alla base del dismorfismo corporeo troviamo spesso un intreccio di fattori quali:
– un’identità ancora in costruzione
– il confronto sociale costante
– la dipendenza dall’approvazione esterna
– la vergogna corporea
– una percezione distorta del Sé e della propria immagine

Per promuovere una sana salute mentale e una buona autostima è fondamentale lavorare in ottica preventiva, soprattutto con bambini e adolescenti, sia a scuola che in famiglia. È necessario sviluppare progetti di prevenzione che includano:
– educazione all’affettività
– educazione alimentare
– sviluppo del pensiero critico rispetto ai social media
– distinzione tra identità reale e identità digitale
– riconoscimento precoce dei segnali di disagio a cui dare attenzione

Solo intervenendo precocemente possiamo favorire una crescita più sana del Sé e ridurre il rischio che il corpo diventi l’unico luogo in cui il dolore trova voce.
dottoressa maria grazia raffa non piacersi adolescenti dismorfofobia modena

Stiamo vivendo tempi complessi. Sempre più spesso ragazzi e ragazze chiedono aiuto attraverso sintomi difficili da comprendere se ci si ferma alla superficie.
Oggi essere educatori, genitori o terapeuti e riuscire davvero a stare accanto agli adolescenti è diventato una sfida delicata e profonda.

Se questa ragazza potesse parlare, cosa ci direbbe davvero?



Ci direbbe che dentro di sé c’è una voce antica che ripete:
“Non vado bene. Non sono abbastanza.”

È una voce che genera un senso costante di inadeguatezza e una profonda insicurezza rispetto a sé stessi e alla propria immagine. Dentro emergono dolore, paura e terrore, emozioni così intense da risultare difficili da tollerare.

Ed è allora che prende il sopravvento un’altra strategia: la mente sposta tutta l’attenzione sul corpo.

Il corpo diventa oggetto di controllo continuo e di osservazione esasperata. Si cercano difetti: il seno, il naso, una piccola macchia quasi invisibile. Si cercano risposte da medici e specialisti che rassicurano: “non è niente”.
Ma per chi vive questo disagio, quel “difetto” appare enorme, paralizzante, fonte di vergogna.

Studiare diventa difficile, andare a scuola pesa. Il confronto con le amiche è continuo e doloroso: loro sembrano perfette, sicure, a proprio agio.
La sensazione è sempre la stessa: “Io no. Io non vado bene.”

Il trucco, le creme e i vestiti diventano tentativi di sentirsi meglio, di aggiustare qualcosa che sembra sempre sbagliato. In realtà, spesso senza rendersene conto, la persona sta cercando di gestire una ferita più profonda: la convinzione di non valere abbastanza.

Fissarsi sul corpo diventa una strategia di difesa.
È come se la mente dicesse: “Guardiamo qui, così non sentiamo il dolore vero.”
Il corpo diventa il luogo in cui si scaricano paura e ansia.

Arriva così la continua ricerca di rassicurazioni: uno sguardo, un commento, un parere esterno. A volte il sollievo arriva, ma dura poco. Subito dopo l’angoscia ritorna, spesso agganciandosi a un nuovo “difetto”.

Questa fissazione può essere definita disturbo da dismorfismo corporeo oppure collegata a un disturbo ossessivo-compulsivo, all’interno dei disturbi d’ansia.
Ma fermarsi all’etichetta non basta.

È necessario ascoltare la persona e andare oltre il sintomo, osservando le emozioni che porta con sé. Dietro c’è un bisogno fondamentale: essere ascoltati, visti e amati per ciò che si è.

I social diventano spesso un rifugio. Lì l’identità può essere costruita e controllata: l’angolazione giusta, il filtro perfetto, l’immagine ideale. I like e i cuoricini danno l’illusione di sentirsi finalmente adeguati.
Ma è un’illusione fragile: il disagio ritorna, e con lui un nuovo problema da risolvere.

La vergogna e il ritiro diventano uno scudo: proteggono dal giudizio ma allontanano dalla vita. Anche trucco e vestiti, invece di essere strumenti di espressione, possono trasformarsi in maschere difensive. Ma non bastano mai.

Dal punto di vista terapeutico è importante ricordare che questi sintomi sono solo la punta dell’iceberg.

Sono il risultato visibile di mesi o anni di fatica emotiva. Non esiste un’unica causa: la mente sta cercando di proteggersi come può, entrando in una spirale fatta di angoscia, ricerca di rassicurazione, sollievo temporaneo e nuova angoscia.

Non è debolezza.
È un tentativo di sopravvivenza emotiva.

Nel lavoro terapeutico il sintomo diventa una guida per arrivare alla causa. E spesso sotto si trova un’idea di Sé ferita:
“Io non vado bene.”
“Non ho il controllo di me.”

È proprio lì che la gentilezza, la compassione e l’accudimento di un buon terapeuta permettono di incontrare tutte le parti di noi: quelle che criticano, quelle che proteggono e quelle che hanno paura.
Parti che hanno bisogno di essere viste, ascoltate e integrate in un Sé più saggio.

Dottoressa Maria Grazia Raffa

Sono una psicoterapeuta Practitioner EMDR con un approccio clinico integrato mente-corpo, orientato alla crescita personale e alla rielaborazione dei traumi.

Il mio percorso professionale nasce dalla psicoterapia rogersiana centrata sul cliente, un approccio che mette al centro la persona, la sua unicità e la sua capacità di autoregolarsi e crescere.

Utilizzo prevalentemente l’EMDR secondo il Modello dell’Elaborazione Adattiva delle Informazioni (AIP). Da oltre dieci anni continuo ad approfondire questo metodo attraverso gli aggiornamenti di EMDR Italia, con particolare attenzione al lavoro sulle parti del Sé della dott.ssa Spadoni e della dott.ssa Zaccagnino.

Negli anni ho sviluppato un approccio che integra mente e corpo, ispirato alla teoria polivagale, alla teoria dell’attaccamento e alle pratiche di auto-compassione e consapevolezza.

Nella relazione terapeutica considero fondamentali empatia, autenticità e sintonizzazione affettiva.



Contatti

Sito web: www.goodtherapy.it
Telefono: 347 05 56 083
Sede: Via Emilia Est, 25 • Modena
Email: raffa@goodtherapy.it
Instagram: @mariagrazia_raffa
SABRINA LONGHITANO



Ho deciso di aderire al progetto Oltre la Dismorfofobia perché oggi la dismorfofobia non è più una tematica di nicchia. È una realtà sempre più presente nella pratica clinica quotidiana, non solo in ambito psicologico ma anche in dermatologia, tricologia e medicina estetica.

Sempre più spesso mi trovo di fronte a pazienti con una pelle sana, un viso armonico o capelli oggettivamente normali che tuttavia vivono un disagio profondo e sproporzionato rispetto al quadro clinico reale. In questi momenti diventa evidente come il mio lavoro non riguardi soltanto la cura della pelle o dei capelli, ma la relazione che una persona ha con il proprio corpo. È qui che la dermatologia incontra la psicologia.

Uno degli ambiti maggiormente colpiti dalla dismorfofobia è quello della skincare. Negli ultimi anni si parla sempre più di dermorexia, un termine che descrive l’ossessione patologica per la cura della pelle. Routine estremamente complesse, stratificazioni eccessive di prodotti, acquisti compulsivi e l’illusione di una pelle perfetta e luminosa sono comportamenti sempre più diffusi, soprattutto tra adolescenti e giovanissimi.

Particolarmente preoccupante è il fenomeno dei cosiddetti Sephora Kids: bambini e preadolescenti che utilizzano prodotti non adatti alla loro età e alla loro pelle, spinti da modelli irrealistici di perfezione. In realtà, per una pelle sana senza patologie, i passaggi fondamentali della skincare sono pochi e semplici: detersione, idratazione e fotoprotezione. Tutto il resto, se non indicato, può diventare dannoso.

I social media e il contesto socioculturale attuale giocano un ruolo determinante. Viviamo immersi in standard estetici irraggiungibili che rendono inaccettabile qualsiasi imperfezione, anche temporanea. Eppure la pelle è un organo dinamico, fortemente influenzato dagli ormoni durante le diverse fasi della vita: adolescenza, gravidanza, postpartum e menopausa. Normalizzare questi cambiamenti significa restituire sicurezza e consapevolezza, evitando di patologizzare ciò che è fisiologico.

Un discorso simile vale per i capelli, profondamente legati all’identità e all’immagine di sé. Anche in tricologia incontro spesso pazienti senza una reale patologia, ma con una sofferenza importante accompagnata da comportamenti ossessivi e da una continua ricerca di conferme o trattamenti non necessari.

La gestione del paziente dismorfofobico richiede grande attenzione. Il rischio è quello di medicalizzare inutilmente o, al contrario, di sminuire il disagio. La chiave è l’empatia e la costruzione di un’alleanza terapeutica che permetta di affrontare anche la componente psicologica, spesso legata all’ansia. In molti casi è fondamentale un approccio multidisciplinare che includa un percorso psicologico o psichiatrico.

Particolarmente delicato è l’ambito della medicina estetica. Il desiderio di migliorarsi o accompagnare consapevolmente l’invecchiamento non è patologico. Diventa invece un campanello d’allarme quando i trattamenti nascono da una percezione distorta di sé e portano a un’insoddisfazione costante. In questi casi il vero atto medico è saper dire no, spiegando con empatia le motivazioni.

Allo stesso tempo è importante ribadire che non tutto è dismorfofobia. Acne, alopecie e altre patologie reali meritano attenzione, diagnosi e cure adeguate. Ignorare un disagio reale è dannoso quanto trattare inutilmente chi non ne ha bisogno.

La bellezza non è perfezione.
La bellezza è consapevolezza.
E abbattere gli stereotipi significa restituire alle persone un rapporto sano con il proprio corpo.

Questo è il cuore del progetto Oltre la Dismorfofobia.



Dottoressa Sabrina Longhitano


Nata e cresciuta in Sicilia, ho scelto di lasciare la mia terra per seguire una passione nata durante l’università: la dermatologia.

Mi sono specializzata a Modena con focus oncologico, lavorando poi presso lo stesso Policlinico che mi ha accolta per la formazione e collaborando successivamente con gli ospedali di Carpi, Sassuolo e Mirandola.

Amo profondamente il mio lavoro e credo in una dermatologia fatta di studio continuo, rigore scientifico e attenzione reale alla persona. Per questo mi aggiorno costantemente attraverso corsi, congressi e percorsi di alta formazione.

Nel 2024 ho conseguito anche il Master biennale in Medicina Estetica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, integrando l’approccio clinico con una visione estetica naturale, consapevole e personalizzata.

Mi occupo con dedizione di acne (adolescenziale e tardiva) e di tricologia, seguendo centinaia di pazienti. Credo che l’attenzione al dettaglio, i percorsi terapeutici costruiti su misura e l’aspetto empatico siano fondamentali per migliorare concretamente la qualità di vita, l’autostima e il benessere psicologico dei pazienti.

Contatti

Email: sabrina.longhitano@gmail.com

Instagram: @dermatologica_mente

 

La sessualità è uno spazio di intimità, vulnerabilità e presenza corporea. È il luogo in cui il corpo non è solo osservato, ma percepito, desiderato, toccato. Per chi soffre di dismorfofobia, questo può rappresentare una delle sfide più complesse: essere visti quando si fatica persino a guardarsi.


Parlare del rapporto tra dismorfofobia e sessualità significa affrontare il tema del desiderio senza idealizzazioni, riconoscendo quanto il rapporto con il corpo influisca sulla possibilità di vivere l’intimità.


Il corpo sotto giudizio

La dismorfofobia porta con sé un giudice interno costante. Durante l’intimità, questa voce non tace, anzi, spesso si amplifica. La persona può essere più concentrata su come appare che su ciò che prova.

Questo spostamento dell’attenzione rende difficile l’abbandono, trasformando l’esperienza sessuale in una performance da controllare.


Evitamento e paura

Molte persone con dismorfofobia evitano situazioni intime per paura del rifiuto, per il timore di essere osservate. Non è mancanza di desiderio, ma timore di essere giudicati o scoperti. Il corpo viene vissuto come un rischio.

L’evitamento può diventare una strategia di protezione, ma a lungo termine può aumentare il senso di solitudine e confermare l’idea di non essere desiderabili.


Luci spente e controllo

Piccoli gesti come spegnere la luce, evitare certe posizioni o nascondere parti del corpo sono molto comuni. Queste strategie servono a ridurre l’ansia, ma possono limitare la spontaneità e la connessione emotiva.

Il corpo, invece di essere un mezzo di comunicazione, diventa qualcosa da gestire.


Il desiderio come specchio

Il desiderio dell’altro può essere vissuto in modo ambivalente. Da un lato rassicura, dall’altro mette in crisi. “Se mi desidera, cosa vede che io non vedo?” Questa dissonanza può alimentare sospetto e insicurezza.

La dismorfofobia rende difficile fidarsi dello sguardo dell’altro, perché quello interno è più forte.


Recuperare la presenza

Uno degli aspetti più compromessi dalla dismorfofobia è la presenza corporea. Essere presenti significa sentire, non osservare. Tornare al corpo come luogo di sensazione, piuttosto che di valutazione, è un passaggio delicato ma possibile.

Questo percorso può includere comunicazione aperta con il partner, supporto psicologico e un lavoro graduale sull’ascolto di sé.


Intimità non è perfezione

La sessualità non richiede corpi perfetti, ma corpi presenti. La dismorfofobia racconta la paura di non essere abbastanza, ma l’intimità autentica nasce spesso proprio dall’imperfezione condivisa.

Forse per iniziare non dovremmo piacerci a ogni costo, ma almeno permetterci di essere percepiti senza difese. Non tutto deve essere controllato per essere degno di desiderio.

 

Il corpo non è mai solo un insieme di funzioni. È il luogo in cui abitiamo, comunichiamo, veniamo riconosciuti. Quando una persona vive una disabilità, il corpo diventa spesso oggetto di sguardi, giudizi, aspettative. In questo contesto, la dismorfofobia può trovare spazio, non perché la disabilità sia un “difetto”, ma perché lo stigma sociale può alterare profondamente il modo in cui una persona impara a vedersi.


Parlare di dismorfofobia e disabilità significa spostare l’attenzione dal corpo “da correggere” allo sguardo che lo valuta.


Disabilità e immagine corporea

La disabilità può essere congenita o acquisita, visibile o invisibile, stabile o evolutiva. In ogni caso, il corpo viene spesso percepito come “diverso” rispetto a una norma implicita. Questo può influenzare l’immagine corporea, soprattutto in una società che valorizza l’efficienza e la prestazione.

La dismorfofobia non nasce dalla disabilità in sé, ma dalla pressione a conformarsi a modelli corporei che escludono la diversità.


Lo sguardo degli altri

Molte persone con disabilità raccontano di sentirsi costantemente osservate. Sguardi insistenti, domande invadenti, commenti non richiesti possono diventare parte della quotidianità. Col tempo, questo sguardo esterno può essere interiorizzato.

Nella dismorfofobia, l’attenzione si concentra ossessivamente su una parte del corpo percepita come problematica. Per una persona con disabilità, questa focalizzazione può essere alimentata da anni di esperienze di stigmatizzazione.


Quando il corpo diventa un problema da spiegare

Uno degli aspetti più faticosi è il bisogno di giustificare il proprio corpo. Spiegare, rassicurare, rendere accettabile ciò che esiste già. Questo processo può portare a una separazione emotiva dal corpo, vissuto più come un oggetto che come una casa.

La dismorfofobia, in questo contesto, può diventare un modo per tentare di controllare ciò che non è stato scelto.


Autonomia, controllo e frustrazione

Il bisogno di controllo è centrale nella dismorfofobia. Nella disabilità, soprattutto quando comporta limitazioni funzionali, questo bisogno può essere messo duramente alla prova. Il corpo non risponde sempre come si vorrebbe e questo può generare frustrazione e rabbia.


Disabilità invisibili e dismorfofobia

Le disabilità invisibili, come alcune malattie croniche o neurologiche, pongono sfide specifiche. Il corpo può apparire “normale” agli occhi degli altri, ma essere vissuto come profondamente problematico. Questo scarto tra percezione esterna e vissuto interno può alimentare la dismorfofobia.

La persona può sentirsi non legittimata nel proprio disagio, aumentando l’isolamento.


Oltre la correzione

Un errore comune è pensare che il benessere passi dalla correzione del corpo. Per le persone con disabilità, questo messaggio è particolarmente dannoso. La dismorfofobia prospera in contesti in cui il corpo è visto come un problema da risolvere.

Promuovere una cultura dell’accessibilità e dell’inclusione riduce non solo le barriere fisiche ma anche quelle psicologiche.


Un corpo che merita spazio

La disabilità non rende un corpo meno degno di essere visto, desiderato o rispettato. La dismorfofobia ci ricorda quanto lo sguardo sociale possa ferire, ma anche quanto possa guarire se diventa più ampio e accogliente.

Probabilmente bisognerebbe smettere di chiedere al corpo di giustificarsi: un corpo non deve essere corretto per essere legittimo, deve solo poter esistere.


 

La menopausa è spesso raccontata come una fine: fine della fertilità, della giovinezza, di una certa idea di femminilità. In realtà è una fase di trasformazione profonda, fisica ed emotiva, che merita uno sguardo più ampio e rispettoso. Quando la dismorfofobia entra in questo passaggio, il corpo può diventare il luogo in cui si concentrano paure, lutti e pressioni sociali legate all’età e al valore personale.


Parlare del rapporto tra dismorfofobia e menopausa significa rompere un silenzio che pesa soprattutto sui corpi che invecchiano.


Il corpo che non risponde più come prima

Durante la menopausa, i cambiamenti ormonali possono influenzare il peso, la distribuzione del grasso, la pelle, i capelli e il tono muscolare. Questi cambiamenti avvengono spesso senza che la persona abbia fatto nulla per provocarli.

Per chi soffre di dismorfofobia, questa perdita di controllo può essere particolarmente destabilizzante. Il corpo sembra “tradire” le regole a cui era abituato, diventando fonte di frustrazione e senso di inadeguatezza.


Invecchiamento e valore femminile

La nostra cultura associa ancora fortemente il valore femminile alla giovinezza. Rughe, cedimenti e segni del tempo vengono spesso presentati come problemi da correggere. In questo contesto, dunque, la menopausa può riattivare o intensificare pensieri dismorfofobici.

Il difetto percepito non è solo una parte del corpo, ma l’idea stessa di non essere più desiderabili o rilevanti.


Identità e perdita

La menopausa può essere vissuta come un lutto simbolico: del corpo di prima, di un ruolo, di una possibilità, di momenti vissuti. Questo non significa che sia un’esperienza negativa in sé, ma che può comportare una riorganizzazione dell’identità.

La dismorfofobia può emergere come una resistenza a questa trasformazione, un tentativo di aggrapparsi a un’immagine di sé che non esiste più.


Il confronto silenzioso

A differenza dell’adolescenza, il confronto in menopausa è spesso silenzioso. Si confrontano corpi di età diverse, versioni passate di sé, immagini idealizzate di eterna giovinezza. Questo confronto può essere crudele e isolante.

Molte donne vivono questi pensieri in solitudine, convinte di essere le uniche a sentirsi così.


Menopausa, umore e vulnerabilità

I cambiamenti ormonali possono influenzare l’umore, aumentando irritabilità, tristezza o ansia. Questi stati emotivi possono rendere più difficile mantenere uno sguardo equilibrato sul proprio corpo.

È importante riconoscere che la dismorfofobia in menopausa non è una questione di superficialità, ma di vulnerabilità psicologica in una fase di grande cambiamento.


Ridare spazio al corpo reale

Uno dei passaggi più complessi è accettare che il corpo in menopausa non debba “tornare come prima”. Non perché non valga, ma perché è diverso. Continuare a misurarlo con parametri passati può essere una fonte costante di sofferenza.

Ridare spazio al corpo reale significa anche ridare spazio a nuovi modi di sentirsi bene, di esprimersi, di desiderare.


Un tempo che non toglie, ma trasforma

La dismorfofobia racconta la paura di perdere valore con il cambiamento del corpo. La menopausa può diventare un terreno fertile per questa paura, ma anche un’opportunità per ridefinire il rapporto con se stesse.

Allora è solo questione di accettare ogni cambiamento, ma smettere di considerarli un fallimento. Il corpo non sta venendo meno: sta attraversando un’altra fase della sua storia.

Post più vecchi Home page

Leggi Ora

La Moda Abbatte Gli Stereotipi - Modena Moda School

  Oltre la dismorfofobia: moda, corpo e identità Quando la bellezza abbatte gli stereotipi attraverso il design consapevole Nel progetto “Oltre la dismorfofobia – La bellezza abbatte gli stereotipi” , affrontiamo un tema centrale e delicato: il rapporto complesso tra immagine, corpo e moda. Siamo Domenico e Tiziano , fashion designer e docenti di Momo School , scuola di formazione professionale per la moda a Modena. Da anni lavoriamo nella progettazione e nella formazione e sentiamo il bisogno urgente di portare una riflessione profonda su come la moda influenzi la percezione del corpo e dell’identità. Abbiamo scelto di partecipare a questo progetto perché riconosciamo un problema strutturale nel sistema moda : troppo spesso vengono costruite e diffuse immagini del corpo irrealistiche, che finiscono per incidere profondamente sul modo in cui le persone si percepiscono. Dismorfofobia e moda: il confronto con un ideale irraggiungibile Nel mondo della moda, la dismorfof...
Immagine

Oltre la dismorfofobia: quando la bellezza diventa consapevolezza, empatia e libertà - Michela Zitoli Make Up Artist Academy

  Cos’è davvero la dismorfofobia La dismorfofobia è spesso l’ultimo stadio di una sofferenza interiore profonda . Una condizione che nasce quando il rapporto con la propria immagine diventa conflittuale, doloroso, totalizzante . Di fronte a questo disagio ci sentiamo impotenti. Ma la verità è che non lo siamo. Conosco bene quella sensazione: guardare il proprio corpo e sentire che non collabora con ciò che vorremmo essere, fare o diventare. Vivere in una vita che spesso prende direzioni non richieste, lasciandoci con un senso di blocco, di buio, di sepoltura emotiva. La dismorfofobia ti immobilizza. Ti fa sentire come se fossi sottoterra, con braccia e gambe bloccate, mentre tutto intorno diventa nero. E quello sguardo… Chi lo conosce lo riconosce subito. Lo vede chi ha scelto di guardare davvero. Lo sguardo che vedo ogni giorno Un giorno ho guardato gli occhi delle mie figlie. Uno sguardo che ogni genitore porta nel cuore. E mi sono chiesta: e se un ...
Immagine

Quando la dermatologia incontra la psicologia: parlare di dismorfofobia oggi - Dottoressa Sabrina Longhitano

Ho deciso di aderire al progetto Oltre la Dismorfofobia perché oggi la dismorfofobia non è più una tematica di nicchia. È una realtà sempre più presente nella pratica clinica quotidiana, non solo in ambito psicologico ma anche in dermatologia, tricologia e medicina estetica. Sempre più spesso mi trovo di fronte a pazienti con una pelle sana, un viso armonico o capelli oggettivamente normali che tuttavia vivono un disagio profondo e sproporzionato rispetto al quadro clinico reale. In questi momenti diventa evidente come il mio lavoro non riguardi soltanto la cura della pelle o dei capelli, ma la relazione che una persona ha con il proprio corpo. È qui che la dermatologia incontra la psicologia. Uno degli ambiti maggiormente colpiti dalla dismorfofobia è quello della skincare. Negli ultimi anni si parla sempre più di dermorexia , un termine che descrive l’ossessione patologica per la cura della pelle. Routine estremamente complesse, stratificazioni eccessive di prodotti, acquist...
Immagine

Dismorfofobia e sessualità: il timore di sentirsi visti quando non ci si sente abbastanza

  La sessualità è uno spazio di intimità, vulnerabilità e presenza corporea. È il luogo in cui il corpo non è solo osservato, ma percepito, desiderato, toccato. Per chi soffre di dismorfofobia, questo può rappresentare una delle sfide più complesse: essere visti quando si fatica persino a guardarsi. Parlare del rapporto tra dismorfofobia e sessualità significa affrontare il tema del desiderio senza idealizzazioni, riconoscendo quanto il rapporto con il corpo influisca sulla possibilità di vivere l’intimità. Il corpo sotto giudizio La dismorfofobia porta con sé un giudice interno costante. Durante l’intimità, questa voce non tace, anzi, spesso si amplifica. La persona può essere più concentrata su come appare che su ciò che prova. Questo spostamento dell’attenzione rende difficile l’abbandono, trasformando l’esperienza sessuale in una performance da controllare. Evitamento e paura Molte persone con dismorfofobia evitano situazioni intime per paura del rifiuto, per il timore di esser...
Immagine

Dismorfofobia e disabilità: il corpo tra visibilità, stigma e identità

  Il corpo non è mai solo un insieme di funzioni. È il luogo in cui abitiamo, comunichiamo, veniamo riconosciuti. Quando una persona vive una disabilità, il corpo diventa spesso oggetto di sguardi, giudizi, aspettative. In questo contesto, la dismorfofobia può trovare spazio, non perché la disabilità sia un “difetto”, ma perché lo stigma sociale può alterare profondamente il modo in cui una persona impara a vedersi. Parlare di dismorfofobia e disabilità significa spostare l’attenzione dal corpo “da correggere” allo sguardo che lo valuta. Disabilità e immagine corporea La disabilità può essere congenita o acquisita, visibile o invisibile, stabile o evolutiva. In ogni caso, il corpo viene spesso percepito come “diverso” rispetto a una norma implicita. Questo può influenzare l’immagine corporea, soprattutto in una società che valorizza l’efficienza e la prestazione. La dismorfofobia non nasce dalla disabilità in sé, ma dalla pressione a conformarsi a modelli corporei che escludono la ...
Immagine

Dismorfofobia e menopausa: riconoscersi in un corpo in continua evoluzione

  La menopausa è spesso raccontata come una fine: fine della fertilità, della giovinezza, di una certa idea di femminilità. In realtà è una fase di trasformazione profonda, fisica ed emotiva, che merita uno sguardo più ampio e rispettoso. Quando la dismorfofobia entra in questo passaggio, il corpo può diventare il luogo in cui si concentrano paure, lutti e pressioni sociali legate all’età e al valore personale. Parlare del rapporto tra dismorfofobia e menopausa significa rompere un silenzio che pesa soprattutto sui corpi che invecchiano. Il corpo che non risponde più come prima Durante la menopausa, i cambiamenti ormonali possono influenzare il peso, la distribuzione del grasso, la pelle, i capelli e il tono muscolare. Questi cambiamenti avvengono spesso senza che la persona abbia fatto nulla per provocarli. Per chi soffre di dismorfofobia, questa perdita di controllo può essere particolarmente destabilizzante. Il corpo sembra “tradire” le regole a cui era abituato, diventando font...
Immagine

Quando il corpo diventa il campo di battaglia: comprendere il disagio emotivo negli adolescenti - Dottoressa Maria Grazia Raffa

Stiamo vivendo tempi complessi. Sempre più spesso ragazzi e ragazze chiedono aiuto attraverso sintomi difficili da comprendere se ci si ferma alla superficie. Oggi essere educatori, genitori o terapeuti e riuscire davvero a stare accanto agli adolescenti è diventato una sfida delicata e profonda. Se questa ragazza potesse parlare, cosa ci direbbe davvero? Ci direbbe che dentro di sé c’è una voce antica che ripete: “Non vado bene. Non sono abbastanza.” È una voce che genera un senso costante di inadeguatezza e una profonda insicurezza rispetto a sé stessi e alla propria immagine. Dentro emergono dolore, paura e terrore, emozioni così intense da risultare difficili da tollerare. Ed è allora che prende il sopravvento un’altra strategia: la mente sposta tutta l’attenzione sul corpo. Il corpo diventa oggetto di controllo continuo e di osservazione esasperata. Si cercano difetti: il seno, il naso, una piccola macchia quasi invisibile. Si cercano risposte da medici e s...
Immagine

Dismorfismo corporeo: quando il corpo racconta ferite emotive profonde - Dottoressa Maria Grazia Raffa

Le persone che sviluppano un disturbo da dismorfismo corporeo presentano spesso, nella loro storia di vita, esperienze precoci di sofferenza emotiva. Nella loro infanzia o adolescenza possono essere presenti vissuti di trascuratezza emotiva o fisica da parte delle figure genitoriali, abusi sessuali, prese in giro ripetute da parte dei coetanei, episodi di bullismo o esclusione sociale. In altri casi, il disturbo può essere innescato da eventi traumatici che coinvolgono direttamente il corpo: aborti ripetuti, lutti perinatali, diagnosi oncologiche, anni di chemioterapia o interventi medici invasivi. Esperienze che lasciano segni profondi e che possono generare pensieri persistenti di difettosità corporea. Queste persone sviluppano progressivamente uno sguardo estremamente critico, severo e preoccupato nei confronti del proprio corpo o di parti specifiche di esso. La percezione di sé diventa profondamente negativa e viene spesso accompagnata da pensieri ricorrenti come: “Non m...
Immagine

Dismorfofobia e invecchiamento: quando il tempo diventa un nemico del corpo

L’invecchiamento è l’unica esperienza corporea che accomuna tutti, eppure è una delle meno accettate. In una cultura che celebra la giovinezza come valore assoluto, il corpo che cambia con il tempo viene spesso percepito come qualcosa da nascondere o correggere. Per chi soffre di dismorfofobia, l’invecchiamento può trasformarsi in una minaccia costante, un nemico silenzioso che sembra confermare ogni paura legata al valore personale. Parlare di dismorfofobia e invecchiamento significa interrogarsi su come il tempo venga vissuto sul corpo, e su quanto spazio concediamo alla trasformazione. Il cambiamento come perdita Rughe, perdita di tono, cambiamenti nella pelle e nei capelli sono segni naturali del tempo. Tuttavia, per molte persone questi segni vengono vissuti come una perdita: di bellezza, di desiderabilità, di rilevanza sociale. La dismorfofobia amplifica questa percezione, trasformando ogni segno dell’età in un difetto da monitorare ossessivamente. Il confronto con il passato Uno...
Immagine

Instagram

TAGS

© Oltre la Dismorfofobia – La Bellezza Abbatte gli Stereotipi.
Tutti i contenuti presenti su questo sito (testi, immagini, progetti e format) sono protetti da copyright.
È consentita la condivisione solo se integrale e con citazione della fonte.
È vietata qualsiasi riproduzione, modifica o diffusione dei contenuti manipolandone il significato o il contesto.

Designed by Michela Zitoli Make Up Artist Studio