Quando il corpo diventa il campo di battaglia: comprendere il disagio emotivo negli adolescenti - Dottoressa Maria Grazia Raffa


Stiamo vivendo tempi complessi. Sempre più spesso ragazzi e ragazze chiedono aiuto attraverso sintomi difficili da comprendere se ci si ferma alla superficie.
Oggi essere educatori, genitori o terapeuti e riuscire davvero a stare accanto agli adolescenti è diventato una sfida delicata e profonda.

Se questa ragazza potesse parlare, cosa ci direbbe davvero?



Ci direbbe che dentro di sé c’è una voce antica che ripete:
“Non vado bene. Non sono abbastanza.”

È una voce che genera un senso costante di inadeguatezza e una profonda insicurezza rispetto a sé stessi e alla propria immagine. Dentro emergono dolore, paura e terrore, emozioni così intense da risultare difficili da tollerare.

Ed è allora che prende il sopravvento un’altra strategia: la mente sposta tutta l’attenzione sul corpo.

Il corpo diventa oggetto di controllo continuo e di osservazione esasperata. Si cercano difetti: il seno, il naso, una piccola macchia quasi invisibile. Si cercano risposte da medici e specialisti che rassicurano: “non è niente”.
Ma per chi vive questo disagio, quel “difetto” appare enorme, paralizzante, fonte di vergogna.

Studiare diventa difficile, andare a scuola pesa. Il confronto con le amiche è continuo e doloroso: loro sembrano perfette, sicure, a proprio agio.
La sensazione è sempre la stessa: “Io no. Io non vado bene.”

Il trucco, le creme e i vestiti diventano tentativi di sentirsi meglio, di aggiustare qualcosa che sembra sempre sbagliato. In realtà, spesso senza rendersene conto, la persona sta cercando di gestire una ferita più profonda: la convinzione di non valere abbastanza.

Fissarsi sul corpo diventa una strategia di difesa.
È come se la mente dicesse: “Guardiamo qui, così non sentiamo il dolore vero.”
Il corpo diventa il luogo in cui si scaricano paura e ansia.

Arriva così la continua ricerca di rassicurazioni: uno sguardo, un commento, un parere esterno. A volte il sollievo arriva, ma dura poco. Subito dopo l’angoscia ritorna, spesso agganciandosi a un nuovo “difetto”.

Questa fissazione può essere definita disturbo da dismorfismo corporeo oppure collegata a un disturbo ossessivo-compulsivo, all’interno dei disturbi d’ansia.
Ma fermarsi all’etichetta non basta.

È necessario ascoltare la persona e andare oltre il sintomo, osservando le emozioni che porta con sé. Dietro c’è un bisogno fondamentale: essere ascoltati, visti e amati per ciò che si è.

I social diventano spesso un rifugio. Lì l’identità può essere costruita e controllata: l’angolazione giusta, il filtro perfetto, l’immagine ideale. I like e i cuoricini danno l’illusione di sentirsi finalmente adeguati.
Ma è un’illusione fragile: il disagio ritorna, e con lui un nuovo problema da risolvere.

La vergogna e il ritiro diventano uno scudo: proteggono dal giudizio ma allontanano dalla vita. Anche trucco e vestiti, invece di essere strumenti di espressione, possono trasformarsi in maschere difensive. Ma non bastano mai.

Dal punto di vista terapeutico è importante ricordare che questi sintomi sono solo la punta dell’iceberg.

Sono il risultato visibile di mesi o anni di fatica emotiva. Non esiste un’unica causa: la mente sta cercando di proteggersi come può, entrando in una spirale fatta di angoscia, ricerca di rassicurazione, sollievo temporaneo e nuova angoscia.

Non è debolezza.
È un tentativo di sopravvivenza emotiva.

Nel lavoro terapeutico il sintomo diventa una guida per arrivare alla causa. E spesso sotto si trova un’idea di Sé ferita:
“Io non vado bene.”
“Non ho il controllo di me.”

È proprio lì che la gentilezza, la compassione e l’accudimento di un buon terapeuta permettono di incontrare tutte le parti di noi: quelle che criticano, quelle che proteggono e quelle che hanno paura.
Parti che hanno bisogno di essere viste, ascoltate e integrate in un Sé più saggio.

Dottoressa Maria Grazia Raffa

Sono una psicoterapeuta Practitioner EMDR con un approccio clinico integrato mente-corpo, orientato alla crescita personale e alla rielaborazione dei traumi.

Il mio percorso professionale nasce dalla psicoterapia rogersiana centrata sul cliente, un approccio che mette al centro la persona, la sua unicità e la sua capacità di autoregolarsi e crescere.

Utilizzo prevalentemente l’EMDR secondo il Modello dell’Elaborazione Adattiva delle Informazioni (AIP). Da oltre dieci anni continuo ad approfondire questo metodo attraverso gli aggiornamenti di EMDR Italia, con particolare attenzione al lavoro sulle parti del Sé della dott.ssa Spadoni e della dott.ssa Zaccagnino.

Negli anni ho sviluppato un approccio che integra mente e corpo, ispirato alla teoria polivagale, alla teoria dell’attaccamento e alle pratiche di auto-compassione e consapevolezza.

Nella relazione terapeutica considero fondamentali empatia, autenticità e sintonizzazione affettiva.



Contatti

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